07 Aprile, 2022

Maglia Nera: una storia poco nota

A cura di De Marchi

Testo originale di Giovanni Battistuzzi

“Arriva ultimo!”. Fosse semplice. La fanno sempre tutti troppo facile quando si parla di ultimi, come fossero brocchi, gente che non vale un accidente. Mica vero. L’ultimo è uno stile di vita, un modo di concepire la corsa al contrario, un carnevale ciclistico. Magari si potesse andare soltanto piano, tutt’altro. Ci vuole spirito, capacità di far di conto, a volte, perché no, classe. Perché esiste un tempo massimo oltre al quale si è fuori dalla corsa e quando questo si avvicina bisogna menare forte sui pedali.

Ci sono stati anni nei quali al Giro d’Italia l’ultimo posto era importante quanto il primo. Anni nei quali l’Italia si divideva tra chi faceva il tifo per Coppi e chi faceva il tifo per Bartali. Due mondi in un uno, due credo in bicicletta. Era il periodo nel quale di non sole vittorie si nutriva il popolo del ciclismo. Perché se ai vincitori si offrivano fiori e urrà, agli ultimi si donavano salami e formaggi, applausi e monete. Perché se il primo vestiva la maglia rosa, l’ultimo indossava la maglia nera, vessillo di lentezza, tributo al più umano dei campioni: un vero arcitaliano. Una maglia calcistica, almeno per origine: si ispirava a quella di Giuseppe Ticozzelli, mediano del Casale (casacca nera con stella bianca sul petto), iscrittosi per passione al Giro del 1926. Non aveva ambizioni di vittoria, si fermava a pasteggiare in trattoria e, dopo essere stato investito da una moto alla terza tappa, in osteria schiacciò pure un pisolino.

Dal 1946 al 1951 il Giro d’Italia è stato il proscenio di una lotta per essere il meno veloce. Una battaglia stramba fatta di pedalate sghembe e nascondigli, di fughe all’indietro e classifiche rovesciate. Una lotta che aveva i suoi campioni e le sue sorprese, soprattutto un fuoriclasse, Luigi Malabrocca. Il Cinese diede il via alla lotta per arrivare ultimo, conquistò la maglia nera per due volte – 1946 e 1947 –, si ingegnò a tal punto per perdere tempo che ne rimase scottato. Nel 1949 si nascose così bene in un covone di fieno che quando tagliò il traguardo dell’ultima tappa a Milano i cronometristi e i giudici, ormai esausti dall’attesa, avevano già lasciato le loro postazioni. Doveva essere il coup de théâtre che ribaltava le sorti della classifica all’incontrario, si trasformò nella celebrazione del vicentino Sante Carollo. Malabrocca da quel giorno decise che non avrebbe più corso per essere ultimo.

Ci fu chi dalla maglia rosa passò alla maglia nera. Come Aldo Bini, da ragazzo gran rivale, molte volte vincente, di Gino Bartali, per cinque giorni capoclassifica nel 1936, ultimo nel 1949. E sì che aveva una gran gamba quell’anno. Poi una caduta, una mano fratturata e l’idea che, già che c’era, piuttosto che penultimo era meglio arrivare ultimo.

Ci fu chi dalla maglia nera passò alla maglia rosa. Giovanni Pinarello indossò nel 1951 l’ultima maglia nera dell’epoca mitica del ciclismo (nel 1967 il Giro la ritirò fuori, la conquistò Lucillo Lievore, ma era tutto un altro ciclismo, tutta un’altra storia). Al Vigorelli di Milano pedalò tra Fiorenzo Magni, primo in classifica, e Luison Bobet, miglior scalatore, nel giro d’onore. Ricevette più urrà di tutti. D’altra parte se l’era meritata quella maglia. Aveva staccato di oltre otto minuti Olimpo Bizzi e si era pure piazzato due volte tra i dieci in volata, mentre l’altro cercava di accumulare minuti.

Mica era un brocco Nani Pinarello, allo sprint ci sapeva fare, sul passo non lo si staccava e “aveva l’intelligenza sveglia di chi sa cosa è meglio fare in ogni occasione”, disse di lui Gino Bartali. E così si impegnò per conquistare la maglia nera, “che xé sempre na bea sodisfasion”. Durò poco però quella gioia. L’anno dopo la Bottecchia lo escluse all’ultimo dalla formazione del Giro per far spazio a Pasqualino Fornara, che aveva litigato con Coppi e se ne era andato dalla Bianchi. Gli diedero centomila lire per il disturbo. Lui si arrabbiò a tal punto da dire addio non solo alla Bottecchia, ma pure al ciclismo. Alla bici no però, non le si può dire addio. E così con quei schei iniziò a costruire lui le biciclette. E iniziò a farle così bene che in molti iniziarono andare da lui a Treviso. E non solo trevigiani, ma da tutto il Veneto, prima, e da tutta Italia, poi. E anche qualche squadra iniziò a passare per la sua fabbrica. Nel 1975 pure la Jolly Ceramica di Fausto Bergoglio, che in cima al Passo dello Stelvio si vestì di rosa e regalò la maglia del colore più prestigioso alla maglia nera Giovanni Pinarello.

Leggi Anche

13 Giugno, 2022

What the tech: la Magliavento è nata qui.

Correva l’anno 1990 quando W.L. Gore approcciò De Marchi per capire come poter stampare su Gore-Tex. All’epoca il presidente di Gore Italia era Riccardo Palese, un ex ciclista che aveva…

Leggi ora
01 Giugno, 2022

Seta: una scelta naturale per l’abbigliamento da ciclismo.

All’inizio c’era il caos. Dopo l’invenzione della prima bicicletta a propulsione meccanica, nel 1839, la prima gara ciclistica sembra avvenne a Parigi, nel 1886. Il ciclismo divenne poi sport olimpico…

Leggi ora
18 Maggio, 2022

Giordano Cottur: eroe per un giorno

Settantasei anni fa il primo Giro d’Italia del dopoguerra fu un’edizione movimentata, soprattutto per quanto riguarda la tappa numero dodici, quella da Rovigo a Trieste. Preannunciata come poco più che…

Leggi ora
13 Maggio, 2022

Kubler e Koblet: una ventata di stile al Giro del 1954.

Tra coloro che contribuirono in modo determinante all’affermazione dello stile nel ciclismo degli anni d’oro, a parte l’immortale Coppi o Fiorenzo Magni (specialmente per i suoi modi signorili), vi furono…

Leggi ora