10 Ottobre, 2022

NEL NOME DEL PADRE

A cura di De Marchi

Il mito di Coppi, spiegato da suo figlio.

Come ci si approccia al mito? In che modo si può parlare di uno dei più grandi campioni di tutti i tempi senza risultare banali? Ad oltre sessant’anni dalla sua prematura scomparsa, Fausto Coppi è ancora una presenza indelebile nella memoria di una nazione e di uno sport, il ciclismo, che a suo tempo aveva iniziato a volare proprio grazie alle imprese di quelli che verranno ricordati per sempre come eroi. E Coppi, di quegli eroi era il più grande. Eroe romantico, con quell’aspetto da attore neorealista. Eroe di stile. Prima di lui i ciclisti erano solo atleti rudimentali. La sua grazia, i suoi modi e le sue idee precise in fatto di vestire e la presenza anche al di fuori delle gare contribuirono a creare la coscienza collettiva di un popolo che iniziava a dispiegare le ali, come un airone, non a caso uno dei soprannomi del Campionissimo.

Coppi in questo caso è il traghettatore di un’Italia post-bellica verso un’idea di Sport con la S maiuscola, uno Sport cui tutti prestarono un’attenzione mai vista, ancora più popolare del calcio. Un’attenzione mai sopita, che ancora oggi è viva più che mai e sembra avere un futuro fulgido davanti a sé.

Tramite le parole di suo figlio, Fausto Angelo Coppi, “Faustino” per gli amici, lo short movie prodotto da De Marchi ripercorre la vita del ciclista di Castellania in modo intimo e sincero, spiegando con la semplicità di una conversazione spontanea come il suo mito sia sopravvissuto al tempo ed alle mode e fa luce su un aneddoto interessante circa la maglia di campione del mondo fatta a mano per lui da Elda De Marchi nel 1953 e ritrovata settant’anni dopo, quasi per caso. Un ponte temporale tra passato, presente e futuro dell’abbigliamento da ciclismo.

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